Napoli città emidiana

«Roma, 22 gennaio 1733 […] dal foglio che acchiuso trasmetto potranno le Signorie Vostre Illustrissime rimaner consapevoli di quanto siasi avanzata la venerazione al nostro gran protettore s. Emidio per la prodigiosa liberazione da maggior male che la città di Napoli riconosce aver totalmente ricevuta per intercessione di questo santo nell’ultimo tremuoto ivi ultimamente accaduto […] mentre il di Lui nome non si contenteranno di restringerlo nella Capitale, ma si sforzeranno di spargerlo per tutto il Regno […]».

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Chi scrive è il marchese Caucci, agente della Comunità ascolana a Roma. Il terremoto di cui parla, avvenuto il 29 novembre 1732, era stato disastroso in Irpinia (le vittime sfiorarono il migliaio) e a Napoli aveva causato danni gravi e diffusi, tra cui il crollo della facciata di  San Lorenzo Maggiore. Passato il primo spavento i napoletani cominciarono a fare la conta dei danni e a pensare alle misure spirituali da adottare per premunirsi contro future simili calamità.  Dando per scontato e prioritario il ricorso alla «potentissima protezione della gran Madre di Dio» e alla «sperimentata intercessione dell’ammirabile gran Protettore san Gennaro», c’era pure da tener conto delle ultime novità. Il nome di sant’Emidio non era del tutto ignoto a Napoli: poco più di un anno prima una orazione di s. Emigdio, Vescovo d’Ascoli, contro il terremoto era stata inserita in una relazione giornalistica stampata a Napoli sul terremoto del 20 marzo 1731 (Foggiano).

Schermata 2015-07-30 a 10.57.15 AMTra il terremoto del 1731 e quello del 1732 c’era una bella differenza: il primo non aveva danneggiato Napoli, il secondo sì. Il coinvolgimento della capitale richiedeva misure eccezionali. Non bastava una Orazione efficacissima contro il tremuoto rivolta a sant’Emidio (proposta da una nuova relazione giornalistica stampata verso il 10 dicembre 1732); le iniziative devozionali pubbliche e private si moltiplicarono. I principi di Piedimonte e di Durazzano, nobili napoletani, ricorsero direttamente alla Comunità ascolana – tramite il suo agente a Roma – per ottenere alcune reliquie di sant’Emidio per propria difesa personale («ad oggetto d’avere la special protezzione del medesimo nelle temute disgrazie del Tremuoto»). Dal canto suo Don Ferdinando Colonna principe di Stigliano diede prova di maggior spirito civico prendendo un’iniziativa di utilità pubblica, per così dire: incaricò il suo maestro di cappella (Giambattista Pergolesi) di comporre la musica per una messa in onore di sant’Emidio. La composizione (di cui non si sa bene se fosse la stessa oggi nota come Messa per sant’Emidio) fu eseguita il 31 dicembre 1732 durante un «divoto triduo» celebrato in onore di sant’Emidio nella chiesa di Santa Maria della Stella. Questa particolare chiesa (officiata dai frati Minimi di san Francesco di Paola) fu scelta, pare, perché il terremoto non le aveva causato «neanco una leggerissima lesione».

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E poi si cominciò a valutare l’opportunità di includere sant’Emidio tra i santi compatroni di Napoli. Non era cosa da farsi su due piedi e soprattutto richiedeva  il beneplacito papale.  Intanto però le dame napoletane cominciarono a organizzare una raccolta di offerte destinate alla realizzazione di una statua d’argento che non sfigurasse nel tesoro di san Gennaro e che fu poi commissionata all’argentiere Gaetano Fumo. Tra coloro che si interessano della pratica ritroviamo don Ferdinando Colonna di Stigliano.  Ai primi di dicembre 1735 un corrispondente romano della gazzetta di Bologna riportava «si dice, che il signor Principe di Stigliano ultimamente venuto in questa Città, si porterà a supplicare Sua Beatitudine [il Papa] in nome di tutta la Città di Napoli di volere ascrivere tra’ tutelari di quel Regno il vescovo s. Emidio Protettore contro li Terremoti».250px-Pope_Clement_XII,_portrait

Papa Clemente XII concesse quanto richiesto e la dedicazione ufficiale della statua poté essere solennemente celebrata nella chiesa di Santa Maria della Stella «con l’ intervento di tutti gli ordini chiesastico, civili e militari». Era  il 29 dicembre 1735, terzo anniversario del terremoto irpino del 1732 e giorno riservato dalla Chiesa napoletana alla commemorazione di sant’Emidio. Da allora, almeno fino al 1859, il 29 novembre di ogni anno la statua di sant’Emidio veniva estratta dal tesoro del Duomo e portata in processione a Santa Maria della Stella per ricevere l’offerta in cera riservata dalla Comunità napoletana a tutti i suoi compatroni. Nel 1858 venne inaugurata la consuetudine di una seconda festa speciale da celebrarsi il 16 dicembre, in ricordo del terremoto che aveva colpito la Basilicata il 16 dicembre 1857.  Nel 1861, però, la confisca da parte del Regno d’Italia del complesso di Santa Maria della Stella (oggi sede della Caserma Podgora) mise probabilmente fine a queste tradizioni.

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Oltre al Duomo e a Santa Maria della Stella almeno un’altra chiesa napoletana è stata sede specifica di culto emidiano. E’ San Michele Arcangelo (o San Michele a Port’Alba), in Piazza Dante, dove uno dei due altari laterali è ornato da un dipinto ovale  raffigurante sant’Emidio, attribuito a Domenico Antonio Vaccaro (1678-1745).

La devozione per sant’Emidio a Napoli è stata alimentata anche da una produzione pubblicistica. Generalmente la richiesta di testi devozionali dedicati a sant’Emidio era diffusa soprattutto dopo il verificarsi di terremoti significativi.  Il terremoto del 31 marzo 1737 (Campania) potrebbe aver indotto il canonico Francesco Saverio Mirone a pubblicare, nello stesso anno, La vita, e le gesta di s. Emiddio vescovo e martire, e da’ tremuoti fortissimo difensore, testo  ristampato nel 1742. Il Compendio storico della vita, martirio e miracoli del vescovo d’Ascoli della Marca s. Emiddio contro il tremuoto fortissimo difensore fu pubblicato nel 1794 (terremotodel 12 giugno 1794, Irpinia) e nel 1805 (terremoto del 26 luglio 1805, Molise).

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L’ultima significativa opera d’arte dedicata a sant’Emidio a Napoli è il gruppo marmoreo raffigurante il Battesimo di santa Polisia di Nicola Cantalamessa Papotti. Si tratta della prima commissione importante ricevuta dal giovane scultore ascolano nel 1855; il committente era  il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, che forse intendeva in tal modo esprimere la sua riconoscenza al santo per lo scampato pericolo dai terremoti del 14 agosto 1851 (Basilicata) e del 9 aprile 1853 (Irpinia). Originariamente destinata all’ingresso principale della reggia di Capodimonte, l’opera si trova oggi nel porticato della basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, costruita tra il 1920e il 1960 a imitazione della basilica di San Pietro in Vaticano.

Qui sotto una traccia per un itinerario emidiano a Napoli.

 

 

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