Sant’Emidio e il 28 luglio 1799

Il terremoto del 28 luglio 1799 ebbe i suoi massimi effetti nella fascia pedeappenninica della provincia di Macerata. L’area – come tutta l’Italia centrale del resto – era in subbuglio dal febbraio 1798,  dopo il terremoto politico seguito all’invasione delle truppe rivoluzionarie francesi che avevano rovesciato il governo papale sostituendo all’antico Stato pontificio la Repubblica romana.

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Nei mesi seguenti si erano sviluppati movimenti spontanei di resistenza all’invasione giacobina (l’Insorgenza) ed era arrivato in Italia un altro esercito straniero, formato da truppe austriache e russe inviate dai rispettivi sovrani a contrastare le mire francesi sulla penisola.
Insomma, nell’estate del 1799 l’Italia centrale e settentrionale era un autentico campo di battaglia. A complicare ancora di più le cose intervennero, tra il primo pomeriggio e la notte del 28 luglio, tre scosse di terremoto dalla crescente intensità. La prima fu avvertita  in gran parte delle Marche e dell’Umbria alle 14.00 circa locali e probabilmente non causò danni. Cinque ore dopo una seconda scossa più forte causò danni agli edifici di poche località. Infine alle undici di sera la terza violentissima scossa  fece crollare l’intero paese di Cessapalombo (dove le vittime furono solo nove perché quasi tutti gli abitanti erano già scappati in campagna dopo la scossa delle 19.00)  e gran parte delle vicine Pozzuolo, Santa Lucia, Statte, Torricella, Villa d’Aria e Letegge (alta valle del Chienti). I danni furono gravissimi a Camerino (almeno 60 morti), Castelraimondo e San Ginesio (4 o 5 morti) e gravi nell’area di Sarnano (6 morti), San Severino Marche, Tolentino,  Belforte del Chienti e Fabriano. In questo territorio numerose comunità  avevano già adottato la devozione per sant’Emidio in seguito al terremoto del 24 aprile 1741 (Fabrianese): a San Severino Marche, per esempio, esisteva già una statua di sant’Emidio che venne portata in processione insieme a quella – veneratissima a livello locale – della Madonna del Glorioso; più tardi fu dedicato a sant’Emidio uno degli altari del santuario di Santa Maria del Glorioso e una nuova pala d’altare che lo raffigurava venne collocata nel Duomo cittadino.

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Duomo di San Severino Marche

San Ginesio, invece, il 31 luglio 1800, si decise di eleggere sant’Emidio come compatrono; nella stessa occasione il consiglio comunale stabiliva che in futuro «la sera dello stesso giorno 28 luglio per il paese debba portarsi dal clero in processione la statua del santo vescovo con l’intervento del Capitolo, delle corporazioni religiose e della stessa Magistratura municipale».

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Duomo di Tolentino

A Tolentino, che aveva scelto come compatrono il santo vescovo di Ascoli  fin dal 1741, il terremoto del 1799 diede probabilmente il primo impulso alla realizzazione di una pala d’altare ottocentesca che lo raffigura e che può tuttora essere ammirata nel Duomo locale. Un episodio analogo sembra essersi verificato anche a Camerino, dove la nuova cattedrale (ricostruita in stile neoclassico nel primo trentennio dell’Ottocento) fu ornata con una pala d’altare dipinta nel 1830 dal pittore romano Andrea Pozzi e raffigurante la Madonna  col Bambino e i santi Venanzio (patrono di Camerino) ed Emidio.

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